| Sembra Tienanmen |
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| Scritto da Lucia Annunziata da "La Stampa" | |||||
| martedì 16 giugno 2009 | |||||
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C’è un solo parallelo capace di descrivere la sanguinosa rivolta in corso in Iran: Tienanmen. Esattamente come a Pechino, vent’anni e dieci giorni fa (il 4 giugno 1989), i carri armati che ripulirono la piazza Tienanmen ufficializzarono agli occhi del mondo la debolezza del governo cinese, così ieri a Teheran la repressione feroce di una ribellione contro l’esito elettorale rende visibili le crepe aperte nel governo di Mahmoud Ahmadinejad. Sia la Cina allora sia l’Iran adesso sono infatti sistemi basati sullo stesso principio, lo stesso pilastro: sono cioè entrambi governi di natura teocratica, fondati sulla pretesa di rappresentare l’intera nazione, senza dubbi e senza dissidenza, in quanto espressione di una autorità superiore, intoccabile. Rompi l’intoccabilità di questa origine prepolitica o superpolitica, e rompi il pilastro stesso su cui questi governi si reggono. Il dio della Cina era allora il Partito comunista, quello di Teheran è oggi Allah, ma in entrambi i casi la pubblica rivolta indica che la loro identità di intoccabili è saltata. Prima di Tienanmen non c’erano state proteste antigovernative, se non quelle pilotate della rivoluzione culturale.
Ieri a Teheran è avvenuta la prima rivolta della piazza contro le autorità, dalla rivoluzione del 1979. Tienanmen rivelò che nel cuore del Partito comunista stesso c’era una spaccatura, ieri a Teheran si è messa in piazza l’esistenza di due anime, e di due concetti religiosi, dentro il cuore di un sistema apparentemente granitico.
Il futuro dell’Iran sarà quello della Cina, che dopo le repressioni di Tienanmen avviò un corso accelerato di rinnovamento? Non lo sappiamo ancora, ma questa ipotesi apre una seconda porta all’Occidente, laddove tutto sembrava chiuso. L’Occidente sperava che dalle urne elettorali uscisse una vittoria dei moderati. E certo, se avesse vinto Hossein Mousavi, sarebbe stato molto comodo. Un problema che da anni tormenta il nostro Primo Mondo - l’esistenza di uno Stato forte e antagonista come l’Iran - sarebbe stato improvvisamente cancellato. Si capisce dunque la passione con cui molti osservatori, dopo il verdetto delle urne, si sono precipitati a sottolineare che la rielezione di Ahmadinejad è la sconfitta della speranza di pace per Obama, e dunque per tutti noi.
Ma non è un po’ frettolosa questa conclusione, di fronte agli eventi in corso? Il successo dei riformisti sarebbe stato un miracolo: e i miracoli, come si è visto, in politica non accadono - nemmeno quelli provocati dal fascino del presidente Obama. Viceversa, la rivolta popolare al voto fa intravedere la possibilità di un percorso forse più lungo ma più concreto e anche più efficace di un miracolo. La vittoria di Mousavi non sarebbe stata comunque serena e pacifica; avrebbe provocato in ogni caso una spaccatura in Iran, di natura molto più velenosa della attuale. Già adesso i riformisti iraniani sono identificati come fantocci dell’imperialismo Usa. Una loro affermazione avrebbe portato i conservatori a un contrattacco di delegittimazione, sollevando davanti a un popolo fieramente indipendente e religioso, come quello iraniano, lo spettro dell’intervento americano. E come in questi anni abbiamo visto tragicamente ripetersi (non possiamo che rimandare all’Iraq), la carta del golpe Usa è sempre la più efficace nella propaganda nazionalistica di molti paesi - arabi e/o africani, e non solo.
Il rischio della vittoria riformista era dunque quello di rendere apparentemente tutto più facile, ma anche più fragile. Una rottura pubblica, un dissenso che sfocia in lotta politica aperta, avvia invece, come dicevamo, una destabilizzazione profonda. È una strada lunga, sanguinosa, ma con più potenzialità di provocare un solido cambiamento.
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 19 giugno 2009 ) | |||||
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