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Globalizzazione: chi se lo sarebbe immaginato? PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Montanari   
martedì 09 febbraio 2010

globalizzazione2.gifUna delle prime serate di approfondimento che organizzò il gruppo Fuoritempo (circa dieci anni fa) riguardava il problema della globalizzazione.

Un argomento difficile da trattare in quel periodo perché agli inizi del 2000 pochissimi ritenevano che il fenomeno della globalizzazione contemplasse anche aspetti negativi.. La maggior parte delle persone credeva infatti che la globalizzazione avrebbe offerto più opportunità lavorative e quindi più giustizia.

Ora mi sembra fin troppo facile constatare che molte persone si erano illuse e che oggi, nel pieno di una crisi economica che non sembra voler terminare, avvertiamo tutta la difficoltà di integrare nel termine globalizzazione tre elementi che, se non sono ben calibrati, generano conflitti sociali: ambiente (Terra), diritti (lavoratori), economia (imprese).

E' ciò che sta accadendo ad esempio nella vallata del Cesano, con la possibile costruzione di una centrale turbogas. Una multinazionale (Edison) ha necessità di produrre e vendere energia. Energia che probabilmente non verrà utilizzata dalla regione Marche ma più presumibilmente verrà esportata. Non servirà ad aumentare significativamente le opportunità il lavoro (impiegherà circa 22 addetti) e avrà un forte impatto ambientale sul territorio. Ma nonostante tutto questo il mercato “dice” che si deve costruire... perché in caso contrario il Pil non crescerebbe e probabilmente non crescerebbe nemmeno l'utile di Edison.

Stesso discorso vale per Alcoa, multinazionale americana operante nel settore dell'alluminio, che si appresta a chiudere due stabilimenti in Italia. Un problema enorme che lascerebbe senza lavoro circa 2000 persone.
Eppure mentre Alcoa si appresta a chiudere due stabilimenti nel nostro paese, ecco che in Islanda, nella regione di Karahnjukar, la stessa multinazionale sta dando vita ad un faraonico progetto industriale destinato a cancellare per sempre 3000 kmq (circa il 3% dell'intera superficie nazionale) di territorio incontaminato. L'area selvaggia più grande d'Europa, la cui unicità stava per essere universalmente riconosciuta attraverso l'istituzione del più vasto Parco Nazionale del continente, sarà infatti destinata a scomparire nel silenzio mediatico più assoluto, sommersa dalle acque di 3 laghi artificiali e dalle esalazioni venefiche di una colossale fonderia. Il ciclopico progetto Karahnjukar prevede la costruzione di 9 dighe in terra, fra cui la più imponente d'Europa, una centrale idroelettrica da 690 megawatt ed una mega fonderia in grado di produrre 320.000 tonnellate di alluminio l'anno. Artefici del progetto, con il beneplacito della compagnia energetica islandese Landsvirkjun, ma contro la volontà del 65% dei cittadini islandesi che hanno espresso la propria contrarietà all'operazione, saranno la multinazionale americana Alcoa e l'italiana Impregilo.

Alcoa è la più importante corporation mondiale che opera nel settore dell'alluminio. Ha recentemente chiuso 2 fonderie negli Stati Uniti al fine di trasferire parte della propria attività in Islanda, dove le sarà possibile tagliare notevolmente i costi della manodopera, sfruttando gli immigrati cinesi e polacchi residenti in loco e soprattutto inquinare in completa libertà, dal momento che grazie ad una deroga al Protocollo di Kyoto all'Islanda è stato concesso di aumentare del 10% l'opportunità di emissione di gas inquinanti nell'aria.

La devastazione connessa alle grandi opere, spesso costruite per soddisfare gli insaziabili appetiti delle multinazionali, non sta risparmiando l'Islanda così come probabilmente non risparmierà neanche la Valle del Cesano.
Gli effetti della globalizzazione ci sono arrivati anche “sotto casa”. Dieci anni fa si diceva che “
Con il termine globalizzazione nessuno può dire che il problema degli altri non sarà un giorno anche un problema mio”.
Chi se lo sarebbe immaginato?

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